Inserimento lavorativo: ideologie, miti, inconsapevolezze. E possibili direzioni

Nel 2018 il Consorzio Abele Lavoro, il CNCA e il Consorzio Nazionale Idee in Rete lanciarono insieme un Manifesto “Rilanciare la cooperazione sociale di inserimento lavorativo”, sottoscritto da oltre 130 cooperative e associazioni. Il documento ha dato origine alle proposte illustrate sotto; con l’editoriale si prova a fare il punto, a un anno e mezzo dal lancio del Manifesto, da una parte su “ideologie, miti e inconsapevolezze” che ancora rendono faticosa la riflessione e dall’altra sulle possibili direzioni che il percorso del Manifesto ha indicato: tre proposte che hanno in comune la scelta di investire sulle persone e di cercare per ciascuno il percorso di inclusione sociale e lavorativa più adeguato.

Il Manifesto “Rilanciare la cooperazione sociale di inserimento lavorativo” e le concrete proposte che ne sono seguite. A questi materiali si riferisce l’editoriale di seguito pubblicato.

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Combiniamo due fattori. Il primo è la poca consapevolezza di quanto sta accadendo, per cui chi opera nell’inserimento lavorativo avverte fatiche quotidiane sempre più grandi, senza capire sino in fondo dove trovino origine; e, come quando si nuota controcorrente, più ci si sforza, più sembra di allontanarsi dalla riva. Il secondo è la ricerca di spiegazioni mitologiche e rassicuranti che – come in ogni mito che si rispetti – mettono insieme elementi effettivi di realtà rimescolandoli però in una visione distorta in cui i fatti reali sono piegati in narrazioni che per motivi diversi – convinzioni etiche, priorità comunicative, volontà di “animare le truppe” rilanciando elementi identitari, ecc. – li distorcono.

Insomma, quanto basta per andare in confusione. E allora è necessario fare un passo indietro e interrogarsi su cosa stia accadendo, o meglio: su cosa è accaduto in questi quasi trent’anni, da quando il fenomeno dell’inserimento lavorativo si è affermato come una novità italiana apprezzata e studiata in tutta Europa ed è stato codificato da un punto di vista normativo.

Cosa è accaduto

Una prima cosa che è avvenuta è lo sviluppo delle cooperative di inserimento lavorativo, con numeri crescenti anche in anni recenti e anche durante il periodo della crisi, in cui esse hanno incrementato occupati e fatturati, in netta controtendenza con il resto del sistema delle imprese.

Una seconda cosa avvenuta è la fuoriuscita della cooperazione sociale dal flusso principale delle politiche del lavoro. Negli anni Ottanta e Novanta la cooperazione sociale italiana ha stupito il mondo culturale e politico non solo del nostro Paese con la capacità di creare lavoro vero per persone che sembravano non inseribili nel circuito produttivo. Continua a farlo oggi, solo che il contesto intorno è cambiato. Se si intervistiamo un po’ di persone a caso, chiedendo loro quali siano le urgenze in ambito lavorativo non parleranno di tossicodipendenti e disabili, ma di giovani che non riescono ad inserirsi decentemente sino a trent’anni o più e che infine emigrano, di padri di famiglia cinquantenni che hanno perso il lavoro nella crisi, non hanno di che mantenere la propria famiglia, di lavoratori ultrasessantenni la cui pensione è lontana e le cui forze sono esaurite.

Continuare esclusivamente ad affermare l’eccellenza nell’inserire persone svantaggiate della legge 381/1991 ci porta più facilmente ad una intervista di Barbara D’Urso che ad un appuntamento con il Ministro del Lavoro. Conseguenze? Essere confinati ad una rilevanza settoriale, ma non essere player al centro del dibattito sulle grandi politiche in tema di lavoro; essere poco attrattivi per le politiche, le stesse politiche che negli anni Novanta facevano a gara a convenzionarsi a livello locale con le cooperative B e che oggi le considerano (appunto) imprese più o meno come le altre. Se poi aggiungiamo i danni di immagine di alcuni scandali e una stampa propensa a ricamarci sopra, il quadro è completo.

Obiezione possibile: certo non possiamo risolvere noi i problemi del mondo, la disoccupazione, i neet, l’allungarsi dell’età pensionabile, ecc. Vero! Ma, se è per questo la cooperazione sociale non ha risolto nemmeno il problema del lavoro delle persone con disabilità, visto che meno del 10% di occupati con disabilità opera in cooperative sociali. Ma quello che ha saputo fare è mostrare (non con le parole, ma con pratiche di impresa) che in determinate condizioni organizzative ciò che sembrava impossibile diventa realtà diffusa, sostenibile e riproducibile e così facendo ha, in una fase storica, “fatto le politiche”, tanto che oggi sarebbe difficile pensare al collocamento mirato o alle tanto diffuse strategie di attivazione delle persone senza che la cooperazione sociale avesse dimostrato l’inseribilità dei non inseribili.

Forte di questa esperienza, ci domandiamo, può la cooperazione sociale sperimentare soluzioni sui problemi oggi più pregnanti? E qui nasce la successiva obiezione: “sì, ma noi cosa abbiamo da dire su chi non fa parte dei «nostri» svantaggiati? Nulla!” Risposta: benissimo: se non riteniamo che la nostra esperienza nel fare impresa con persone deboli sia applicabile ai problemi oggi più sentiti, se riteniamo poco rilevante restare in dialogo con il modo in cui i problemi di esclusione lavorativa evolvono, siamo liberissimi di continuare a fare quello che facciamo oggi. E, appunto, se va bene, di raccontarlo in una trasmissione di Maria De Filippi.

Il terzo elemento di cui tenere conto riguarda gli aspetti economici. Quando la cooperazione sociale di inserimento lavorativo ha preso forma ed è stata inquadrata da un punto di vista normativo, la redditività di mercato media di quelle imprese era superiore al 5% (dati del Secondo Rapporto sulla cooperazione sociale). Quanto bastava per pagare – con il sostegno della fiscalizzazione degli oneri sociali oggi diffuso a una vasta pletora di categorie – operatori dell’inserimento lavorativo, tutor, ecc. nonché altre funzioni di sviluppo di impresa (digressione: fu l’epoca d’oro dei consorzi, che potevano facilmente vivere grazie al trasferimento di una parte di quel surplus). Oggi no, quei margini non ci sono più, né per chi lavora con committenti pubblici, né per chi lavora con imprese private o cittadini. Conseguenze? Quelle note: tagliare su figure di supporto come quelle di cui sopra, cercare svantaggiati meno svantaggiati, spaziare territorialmente alla ricerca di territori aggredibili a colpi di gomitate nello stomaco ad altri cooperatori. E ritrovarsi a chiedersi il senso di tutto ciò. Fortunatamente, perché quando il senso nemmeno ce lo si chiede più, diventa un problema davvero.

Obiezione possibile: “il discorso fatto fino ad ora non sta in piedi perché l’affermazione 1 (la cooperazione B cresce) smentisce l’affermazione 2 (perde il suo ruolo politico) e l’affermazione 3 (cambia la sua natura per i minori margini di redditività)“. Contro obiezione: perché? Perché l’affermazione 1 smentirebbe la 2 e la 3? Non vi è motivo. Si può crescere economicamente in una nicchia politicamente marginale e mutando natura. Se uno è contento così benissimo, ne è consapevole e non vi è nulla da aggiungere.

Miti e ideologie

A fronte di queste considerazioni è possibile reagire con l’evocazione di miti. Questi miti evocano circostanze (effettivamente vere) che non spostano o contraddicono nei fatti quanto evidenziato, ma con una capovolta cercano di spostare la discussione su temi rassicuranti. Non sono cose false, ma cose vere cui è attribuito il compito di corroborare visioni inconsistenti.

La cooperazione sociale è un’esperienza unica, di grande valore, ecc.”. Affermazione assolutamente vera, che con i potenziali lettori di questo articolo non c’è bisogno nemmeno di argomentare, usata per smentire quanto sopra. Ma cosa c’entra la presenza di persone disposte ad ogni sacrificio, ad ogni fatica, con la falsità delle analisi sopra proposte? Nulla. Le cooperative B sono piene di persone che si danno da fare, di dirigenti che sacrificano ogni legittima aspirazione economica, ogni tranquillità personale e far stare in piedi la baracca malgrado tutto quanto sopra affermato. Molte volte pure ci riescono, ogni tanto qualcuno rotola.

Chi rotola è inadeguato, è un incapace, è bene che finisca così”.  Spesso è vero che chi rotola ha commesso degli errori (qualche volta è solo meno fortunato). Ma è singolare questo compiacimento (talvolta anche dentro il mondo cooperativo!) per questa “selezione naturale” che a partire da una situazione difficilmente gestibile mette alle corde qualcuno. È la tipica storia scritta dai vincitori o da chi la battaglia non è proprio chiamato a combatterla. Non sarebbe più responsabile chiedersi come mettere tutti in condizione di lavorare al meglio?

Basta sapere imparare dalle buone prassi!” (anche descrivibile come “Il paradosso di Ronaldo”). Quando si afferma che è difficile fare inserimento lavorativo di qualità ed economicamente sostenibile, parte il rosario: e allora Arcobaleno a Torino? E allora InConcerto a Castelfranco Veneto? E allora Cauto a Brescia? Ecc. Loro dimostrano che è possibile essere imprese eccellenti e innovative, avere ottimi bilanci e insieme fare anche ottimo inserimento lavorativo. È assolutamente vero che in Italia vi sono probabilmente alcune decine di imprese sociali (su qualche migliaio) che assommano queste caratteristiche positive. Ed è vero che conoscerle e, per quanto possibile, imitarle, è assolutamente auspicabile. Ma ha senso sviluppare una ideologia per cui le difficoltà sopra richiamate sono definite come in realtà trascurabili dal momento che vi è chi dimostra di saperle superare? È come dire che è facilissimo fare un goal al migliore portiere del mondo, basta colpire in rovesciata con perfetta coordinazione un pallone teso a due metri e mezzo di altezza.

Aprirsi il mercato delle imprese private, bla…” Quello delle imprese private è un altro tormentone. È vero che le imprese eccellenti (come quelle di cui sopra) spesso dimostrano di essere a proprio agio nell’offrire servizi a cittadini e ad altre imprese (come anche a pubbliche amministrazioni), ma questa circostanza reale viene riempita di una serie di significati espliciti e sottointesi poco consistenti. “Il mercato privato è la novità, il pubblico è il vecchio”: falso, la cooperazione B che lavora conto terzi su assemblaggi vi è da sempre senza essere innovativa mentre le innovazioni ci sono e ci sono state sia nel rapporto con soggetti pubblici che privati. “Il mercato privato è più redditizio e libero dalla logica degli appalti”: falso, segue i propri cicli economici, come quello pubblico, anche se talvolta con sfasature temporali; e non è scevro dalla “logica degli appalti” e dal confronto che il committente fa con prospettive di acquisto più convenienti, comprese quelle delocalizzate. “Il mercato privato apre uno spazio di ibridazione con il profit che delinea nuovi modelli di impresa” Abbastanza falso: certo anche in questi casi vi sono esperienze eccellenti (come ve ne sono di collaborazione con il pubblico), ma nella maggioranza dei casi quella che è definita “ibridazione” sarebbe più propriamente e prosaicamente denominabile “subfornitura” e spesso a condizioni economiche capestro (né più né meno come negli appalti pubblici; con la differenza che l’imprenditore che tira il collo ad una impresa sociale ama rappresentarsi come campione della responsabilità sociale). Non è in discussione l’apprezzamento per imprese dinamiche che esplorano spazi di impresa inconsueti per le cooperative di inserimento lavorativo; ma è inconsistente sostenere che attraverso questa via sia possibile superare le difficoltà sopra richiamate.

E quindi?

Mostrare i gioielli di famiglia (le buone prassi, realmente esistenti), riesumare nel 2020 la retorica del “doppio prodotto” (prodotto di mercato e inserimento lavorativo, insieme al prezzo di uno) e le altre cose sopra richiamate è un’operazione funzionale ad una descrizione ideologica così riassumibile: 1) va tutto bene; 2) non c’è bisogno di cambiare nulla 3) applaudiamo insieme i migliori.

Il guaio è che questa ricetta – quand’anche fosse efficace in termini politici o di comunicazione pubblica – nella sostanza risponde a mele con pere. Sposta, invece di affrontare. Evoca, invece di analizzare.

Vi è un problema di finanziare il “prodotto sociale”, il tutoraggio, la formazione, l’eventuale successivo collocamento di persone svantaggiate, anche con svantaggi gravi? Se si riescono a creare, con le proposte contenute nel Manifesto o con altre, le condizioni per sostenerlo economicamente vivrà, altrimenti a livello di sistema tenderà a scemare, rimanendo confinato nelle eccellenze.

Vi è un problema di rilievo politico della nostra esperienza cooperativa? Se saremo in grado di dire (e soprattutto di fare) cose innovative sui problemi attuali e rilevanti sul mondo del lavoro lo recupereremo, altrimenti no. E così via: ai fatti va risposto con fatti, il resto lascia il tempo che trova.

E di qui, alcuni ragionamenti a partire dal Manifesto per il rilancio dell’inserimento lavorativo e dai lavori che ne sono seguiti.

Il Manifesto, accanto alle analisi, contiene alcune proposte, sviluppate negli altri articoli richiamati in apertura. Sono tutte proposte coerenti con i bisogni che emergono dalla lettura e l’analisi sopra richiamate e che indicano mezzi e strumenti, equilibrando eventuali favor richiesti (risorse pubbliche) con corrispondenti impegni e vincoli.

Si tratta di proposte condivisibili? Ve ne sono altre possibili? Su questo il dibattito è aperto, l’importante è che 1) la discussione si svolga a partire da elementi fattuali e non da declamazioni di principio e che 2) le proposte siano concrete e operative. “Concrete e operative” non significa “già esistenti” né “conseguibili con il quadro normativo vigente”, altrimenti non sarebbero trasformative; ma significa fondate e argomentate, come crediamo che siano quelle sviluppate a partire dal Manifesto. Da queste proposte è utile ripartire, magari per migliorarle, per poi diffonderle nel dibattito culturale e politico.

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