Proposta 1 – L’impresa formativa per disoccupati in situazione di vulnerabilità non svantaggiati ai sensi della 381/1991

Partiamo dalle persone

Abbiamo il privilegio di incontrare di persona i molti disoccupati che si presentano ai nostri sportelli in cerca di lavoro e ascoltando le loro storie continuano a risuonare alcune questioni. In particolare, molti rientrano nell’area della vulnerabilità duratura: non si tratta delle persone svantaggiate ai sensi della legge 381/1991, ma di persone che vivono in un altalenante equilibrio precarietà e stabilità socioeconomica.

“Il lavoro, questo sconosciuto”, si potrebbe dire: per molte delle persone che incontriamo è solo una rappresentazione sfumata e imprecisa, che trova magari radice in esperienze lontane proprie o altrui, ma non in dati reali; spesso non è più – se mai lo è stato – fonte di identità, né legate alla professione né all’impresa ove si opera, ma è guardato con distacco e disincanto; è una fonte di reddito, che però è percepito come mai sufficiente e adeguato allo sforzo fatto; è considerato come estraneo e lontano da sé e dalle proprie capacità, come se le persone dovessero spendere altrove la propria parte migliore; è  tuttavia agognato come il bene necessario per avere una stabilità.

Gli orari da rispettare, le regole comportamentali da seguire, la disponibilità a fare la fatica di un maratoneta e ad investire nel lavoro il tempo più significativo della giornata, imparare tecniche di efficacia produttiva, arrivare a fine mese: tutti questi elementi non sono colti nella loro valenza – faticosa ma positiva – di affermazione di sé e delle proprie capacità, ma alla stregua di motivi di frustrazione, boccone amaro da deglutire contro voglia.

Il lavoro viene percepito come un luogo che deve accettare le persone per come sono: il lavoro deve accettare i ritardi, le giustificazioni a volte anche strampalate, i colpi di testa. Gli esempi che si potrebbero fare sono davvero molti ed hanno in comune la percezione che le proprie caratteristiche siano poco compatibili con il lavoro, che debba essere il lavoro a cambiare e non la persona ad adattarsi al lavoro. Questo rende di non facile comprensione la necessità di andare incontro a trasformazioni per diventare un lavoratore, una persona capace di eseguire il compito assegnato nei tempi e nei modi necessari e di farlo sempre di più, nell’organizzazione attuale del lavoro, entro un gioco di squadra.

E allora molte delle persone che incontriamo inquadrano il lavoro in un sistema valoriale con poche sfumature: mi piace non mi piace, ci riesco non ci riesco, al lavoro si sta bene o l’ambiente è pessimo, con quel collega va bene con l’altro non va bene per nulla, e così di seguito. Rimane poco per un’analisi accurata delle esperienze lavorative in essere e di quelle pregresse; e il non improbabile caso di un ennesimo fallimento altro non fa che rafforzare un processo di disistima.

Questa narrazione andrebbe tenuta ben presente anche quando si propongono borse lavoro che sempre di più rappresentano un elemento di condizionalità per usufruire di un ammortizzatore sociale e non un’opportunità di incontro tra sé e un possibile lavoro futuro; senza però rendersi conto che un’esperienza proposta al di fuori di una progettualità che tenga conto di quanto sopra rischia appunto di aumentare i vissuti negativi che alla fine allontanano dal lavoro anziché avvicinare.

A tutto questo va aggiunto che una parte delle imprese che utilizza personale poco qualificato e a cui spesso ci si rivolge per proporre inserimenti di persone problematiche non è in grado di accompagnare le persone nel loro inserimento – e anche quando avesse consapevolezza culturale della necessità di farlo non ne ha le risorse – ed è quindi portata a considerare le persone proposte come una “prova” su cui non investire: se la persona “tiene” grazie a sue capacità autonome bene, in caso contrario ha perso un’occasione, ci sono tanti altri come lui che potranno coglierla. Questa impostazione oltre a non aiutare le persone più problematiche rende fragile la capacità di queste imprese nel sapere valorizzare le risorse umane a loro disposizione.

Verso l’impresa sociale a vocazione formativa

Venticinque anni fa la cooperazione sociale d’inserimento lavorativo nasce per dare una risposta concreta a queste situazioni in una doppia direzione: la prima è quella di creare posti di lavoro a finalità sociale per persone svantaggiate, offrendo così un’occasione di emancipazione da situazioni di disagio tramite il lavoro, grazie ad occupazione stabile per persone che il mondo del lavoro tradizionale non riesce ad impiegare; la seconda è quella dell’inserimento lavorativo transitorio in vista di occupazione nel mercato ordinario per persone segnate da storie personali difficili, ma con buone possibilità di integrazione lavorativa.

A questo proposito, il successo della legge 381 si evince dai numeri importanti raggiunti, sia in termini di numero di cooperative sociali nate sia di numero di persone impiegate, dalla resilienza in un’epoca di crisi, quindi non è assolutamente in discussione. La cooperazione è figlia del suo tempo, e come tutti necessità di un restyling, ed è questo che ha spinto un gruppo di cooperatori a scrivere e sottoscrivere il manifesto per l’inserimento lavorativo www.inserimentolavorativo.net.

E quindi ad oggi vogliamo rinnovare la nostra missione dando risposta alle persone in situazione di vulnerabilità e per farlo partiamo dalle competenze che abbiamo maturato in questi anni: la capacità di accompagnare le persone ad acquisire la consapevolezza di essere lavoratori e l’ingegneria del come rendere produttivo una persona che per mille motivi non lo è.

Quindi, se consideriamo una parte della nostra missione, quella della creazione di posti di lavoro per persone svantaggiate ai sensi della legge 381, oggi la nostra sfida sta nel conseguire una sempre maggiore solidità imprenditoriale delle nostre cooperative, così da mantenere i posti di lavoro. Questa declinazione della nostra mission, pur viva e attuale, ha come conseguenza la riduzione delle possibilità di assunzione di nuovo personale al di là di un turn over fisiologico.

Vi è al tempo stesso un altro possibile sviluppo della nostra mission, che mette a frutto e a disposizione una delle competenze più preziose maturate in questi anni, ovvero la capacità formativa che può indirizzarsi a persone vulnerabili, diverse dalle persone riconosciute come svantaggiate dalla legge 381/1991, ma che presentano tutte le fragilità personali e rispetto al mondo del lavoro che abbiamo prima richiamato. Ed è in questa logica che ha cominciato a configurarsi l’idea che le nostre realtà potessero diventare delle imprese sociali a vocazione formativa.

Perché se ne sente il bisogno

Sul tema non mancano esperienze di riferimento, che riguardano però esperienze solo in parte simili con quella qui auspicata. Si parla di “impresa formativa” con riferimento alla formazione dei giovani, o legata a percorsi di alternanza scuola lavoro o ad altre iniziative volte ad avvicinare i giovani alla prima occupazione. Sono queste esperienze senz’altro importanti e sulle quali si sta sviluppando una crescente letteratura, ma bisogna essere consapevoli che, guardando ad esperienze estere ormai consolidate, l’impresa formativa ha invece un ruolo significativo nell’inserimento di persone disoccupate vulnerabili in carico ai servizi pubblici per l’impiego, esperienze dalle quali è possibile attingere a piene mani. Di questo vi sarebbe un grande bisogno anche nel nostro Paese, perché lo scenario degli attuali interventi è ben lontano dall’essere soddisfacente.

I centri per l’impiego, cui compete l’incrocio domanda offerta di lavoro, sono oggi spesso in piena emergenza, pressati dalle richieste delle persone disoccupate e con poche proposte da parte delle aziende che privilegiano altri canali per reperire risorse umane.

Le politiche attive del lavoro ruotano principalmente su strumenti quali gli stage e tirocini, dando reddito e opportunità, ma spesso con un’azione di corto respiro, che certamente può favorire l’incontro tra chi aspira ad un lavoro e l’impresa, ma senza occuparsi di costruire le condizioni per permettere la continuità di questo rapporto. L’utilizzo improprio delle borse lavoro ha fatto sì che le imprese non investano su questi strumenti, favorendo, in caso di aumento della produzione, il rapporto con le agenzie interinali, meno impegnativo e problematico.

Le persone a loro volta presentano fallimenti personali, da quelli scolastici ad esperienze lavorative occasionali e poco significative, che rende ai loro occhi poco credibile il pensare di investire sulla propria professionalità.

Come può strutturarsi

Proviamo a procedere con il ragionamento e a delineare alcune ipotesi sul funzionamento di una impresa sociale formativa. Non bisogna pensare a questo strumento come risolutivo per ogni situazione e ogni problematica sopra evidenziata, ma sicuramente come uno strumento ulteriore di politica attiva del lavoro oggi non esistente.  Immaginiamo che essa operi in sinergia con il Centro per l’impiego, che potrà inviare delle persone sulla base di progetti definiti e con il sistema formativo regionale, chiamato a riconoscere percorsi formativi diversi da quelli standard, in tutto nell’ottica di reinvestire sulle persone per accrescere la loro possibilità di tenuta lavorativa.

Tutto ciò richiede ai diversi soggetti coinvolti uno sforzo di cambiamento.

Le imprese sociali. Non basta essere una cooperativa sociale di tipo B per essere un’impresa formativa. Le imprese formative sono quindi imprese sociali che operano in modo diverso da oggi e che da una parte siano disponibili a far crescere nella propria organizzazione un ramo d’impresa dedicato alla formazione, con personale docente adeguato. Si tratta di strutturare all’interno e a fianco delle attività di imprese, percorsi formativi accreditati comprendenti sia le materie tecniche specifiche connesse alle lavorazioni svolte, sia moduli formativi che agiscano sugli aspetti sociali e di benessere del lavoratore.

Il sistema formativo regionale. Questo richiede uno sforzo innovativo anche da parte del sistema regionale di accreditamento formativo insieme al quale è necessario lavorare per definire criteri adeguati a certificare e monitorare questi nuovi impianti formativi proposti, sicuramente diversi da quelli di altri soggetti formativi, ma cui va richiesta uguale accuratezza e serietà.

I Centri per l’impiego. I centri per l’impiego hanno l’opportunità di investire sulle persone; questo significa di conseguenza lavorare su criteri e modalità di individuazione delle persone da inviare all’impresa formativa e sugli strumenti a tal fine necessari quali ad esempio i test d’ingresso, la definizione degli obbiettivi possibili da raggiungere in un lasso di tempo definito, la somministrazione dei test in uscita, la costruzione di un sistema di valutazione condiviso, ecc.

La certificazione delle competenze. Si tratta infine di definire modalità per dare un feedback alle persone, durante il percorso e a fine percorso in base agli obiettivi possibili da raggiungere in un determinato lasso di tempo, dando riscontro degli aspetti sui quali vi è stato un apprendimento soddisfacente e quelli sui quali è necessario lavorare ulteriormente; questo è importante affinché la persona sin dall’inizio percepisca la sua esperienza nell’impresa formativa come un luogo di investimento condiviso e come un luogo in cui sia possibile, oltre che riconoscere le aree ancora da migliorare, vedere riconosciute e certificate le nuove competenze acquisite.

Dall’idea alla sua realizzazione

Presentata l’idea, si pone ora la questione di rendere concreto tutto questo impianto e di affrontare le possibili difficoltà. Questo richiederà senz’altro alcune sperimentazioni che offriranno materiali concreti per sviluppare e risolvere alcuni nodi di seguito elencati, senza pretesa di completezza:

  • i requisiti per il riconoscimento dell’impresa formativa. Si è consapevoli che la semplice natura di cooperativa sociale di inserimento non è sufficiente per un automatico riconoscimento come impresa sociale formativa, ma che vanno previsti aspetti organizzativi, professionalità e competenze specifiche, che andranno definite;
  • la definizione dei percorsi formativi e la certificazione delle competenze acquisite, in modalità che non si limitano a ripercorrere modelli esistenti ma ne definiscono di nuovi, prevedendo adeguati tempi di apprendimento – termine che non riguarda solo l’aspetto nozionistico, ma l’effettiva capacità di svolgere in autonomia un compito;
  • i criteri professionali e le competenze dei docenti, chiamati ad operare in un contesto formativo diverso da quello standard;
  • la definizione dello status della persona inserita, che è più complesso rispetto a quello degli attuali inserimenti lavorativi delle cooperative B; tale status va delineato tenendo conto della compresenza di momenti formativi in cui la persona è “studente” e di momenti di inserimento nell’attività di impresa. Tale combinazione non è del tutto nuova (si pensi all’apprendistato), ma si tratta comunque di lavorare per una definizione adeguata, considerando che molte delle concettualizzazioni sino ad oggi fatte si riferiscono a giovani in entrata sul mercato del lavoro, mentre in questo caso ci si rivolge a disoccupati adulti, che esprimono senza dubbio anche una richiesta di reddito oltre che di crescita professionale e personale;
  • come questa esperienza formativa accreditata possa rientrare a pieno titolo negli impianti formativi retribuiti regionali: si è consapevoli che questa proposta va ad inserirsi in un contesto – quello delle politiche regionali per la formazione e il lavoro – già popolato da numerosi strumenti e da normative ben strutturate (si pensi agli accreditamenti o alla certificazione delle competenze). Vanno definite modalità di sperimentazione e attuazione di questa proposta in cui tale patrimonio sia adattato, reso flessibile e, per quanto possibile, messo a servizio di un disegno innovativo.

Testo curato da Georges Tabacchi